SOCIETA' IN HOUSE E PARTECIPATE

NON SONO SUFFICIENTI NE' RASSICURANTI LE MODIFICHE ALLA "SPENDING REVIEW"

 

Roma -

 

Il testo originale del famigerato articolo 4 del DL 95/2012 (Spending Review) aveva da subito scatenato la forte reazione da parte dei lavoratori e anche di molti responsabili delle Istituzioni Locali, in quanto intimava alle Amministrazioni Pubbliche lo scioglimento o la vendita ai privati di un numero impressionante di società in house e partecipate entro il 2013, mettendo in pericolo migliaia di posti di lavoro.

Il testo approvato dal Senato il 30 luglio,  attraverso un maxiemendamento, introduce innovazioni e integrazioni alle regole contenute nell'articolo 4 dello stesso decreto, che devono essere valutate con attenzione per comprendere con esattezza cosa abbiamo davanti.

Le principali novità riguardano il fatto che la Pubblica Amministrazione non sarebbe più obbligata a  sciogliere o vendere:

·   le società che svolgono servizi di interesse generale (quindi servizi pubblici) sia con rilevanza economica che privi di tale caratteristica,

·   le società che svolgono prevalentemente attività di centrali di committenza, come la Consip e la Sogei,

·        le società finanziarie delle Regioni,

·    quelle società che gestiscono banche dati strategiche per il conseguimento di obiettivi economico-finanziari (per esempio le società di gestione delle attività di accertamento e di riscossione dei tributi).

·        sono destinate ad essere escluse anche quelle realtà che saranno individuate con un apposito decreto interministeriale, sulla base della necessità di mantenimento determinata dalla gestione (da parte delle stesse) di dati riservati.

E' stata introdotta la possibilità per le amministrazioni pubbliche di non alienare quelle società che abbiano particolari caratteristiche del contesto territoriale e socioeconomico di riferimento che non rendano possibile un efficace e utile ricorso al mercato.

L'aspetto oscuro riguarda invece il fatto che queste situazioni dovranno essere dimostrate mediante un'analisi di mercato, la quale dovrà essere trasmessa all'Agcm (Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato) per l'acquisizione di un parere definito come vincolante, che a sua volta lo trasmetterà alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per l'approvazione.

Il maxiemendamento, inoltre, specifica che l'alienazione deve riguardare l'intera partecipazione del soggetto pubblico controllante: pertanto, un ente locale che decida di vendere le proprie quote o azioni (anche il 100%) della società strumentale dovrà porle tutte sul mercato, non potendo conservare nemmeno una partecipazione simbolica.

Il bando di vendita richiederà, ai fini della valutazione del soggetto privato acquirente, misure per la tutela dell'occupazione.

L’affidamento del servizio alla società acquirente viene mantenuto per cinque anni, ma nella norma è stata espressamente prevista l'esclusione del rinnovo alla scadenza del quinquennio.

Infine, il nuovo testo esclude dal divieto di ricevere qualsiasi contributo pubblico a partire dal gennaio 2013, le aziende speciali e le istituzioni che gestiscono servizi sociali e culturali oppure farmacie, nonché un'ampia serie di soggetti appartenenti all'area no profit (vale a dire associazioni di promozione sociale, cooperative sociali, associazioni sportive dilettantistiche, associazioni rappresentative degli enti locali, come Anci e Upi).

Da una prima valutazione appare che, se da una parte sono sicuramente venuti meno molti degli obblighi previsti dalla stesura originale dell'articolo 4, dall'altro non sono venuti meno i pericoli per i lavoratori e per i cittadini di perdere posti di lavoro e servizi sociali.

Innanzitutto, all'interno di una fortissima critica di USB a tutta l'impostazione della Spending Review, la nostra richiesta era e rimane quella del ritiro di qualsiasi obbligo a disfarsi di società pubbliche, come tra l’altro sostenuto anche dalla recente sentenza della Corte Costituzionale.

Nella nuova versione, l'articolo 4 apre una vasta “area grigia” nella quale, invece dell'obbligo imposto dall'alto e per legge, la responsabilità del destino delle società in-house e dei suoi lavoratori sarà direttamente nelle mani dei governatori delle regioni, dei presidenti delle provincie e di tutti i sindaci, i quali dovranno scegliere se e quali società salvare, stretti tra tagli ai bilanci e messi sotto tutela del Commissario Bondi, dell'autorità di vigilanza e del Consiglio dei Ministri.

In parole povere, saranno le volontà politiche e i tagli del bilancio a decidere quali società dovranno essere dismesse e quali modalità seguire.

Per questo, USB ritiene che sarà fondamentale la capacità di mobilitazione che dovrà essere messa in campo dai lavoratori a difesa del proprio posto di lavoro, unita a quella dei cittadini a difesa dei servizi pubblici e delle volontà espresse in maniera così forte nel referendum del 2011.

Infatti, i casi del sindaco di Torino Fassino, di Firenze Renzi e di Roma Capitale Alemanno, tutti schierati in modo assolutamente bipartisan a favore della vendita a tutti i costi dei beni pubblici, nonostante che nessuno glielo imponga, dimostrano che il pericolo è tutt'altro che scampato, anzi.

USB Lavoro Privato avvierà fin dal prossimo mese di settembre una serie di assemblee in tutta Italia per costruire un fronte più ampio e più unito possibile di lavoratori che sappiano da subito costruire un argine contro l'ennesimo tentativo di toglierci beni comuni per darli ai privati.

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